Informazioni personali
- rosario catania endurance
- Rosario Catania, nasce a Catania nel 1972 e vive alle pendici dell’ Etna in provincia di Catania. La prima esperienza no-stop è stata la scalata del vulcano Etna, dal mare ai crateri sommitali, percorrendo in notturna 40 km con dislivello di 3000 metri, in 8 ore; successivamente ha allungato il numero di ore su un percorso ad anello chiuso dentro l’autodromo di Pergusa, su asfalto, la prima endurance 24h percorrendo 90km, poi ripetuta su pista sintetica a Catania, portando i km a 111; poi una tappa intermedia in quota con i 40 km dell’impegnativa pista altomontana dell’ Etna in 6h; a Marzo 2013 raggiunge il limite di 36h no-stop, coprendo una distanza pari a 150 km ; il giorno di Pasqua 2013, ha crocoscalato l’Etna da 420 a 2920 metri andata e ritorno in 12h di camminata effettiva; a maggio 2013, ha camminato ininterrottamente su pista di atletica leggera, migliorando il record a 215 Km in 48h; a fine agosto a celebrato il riconoscimento dell’ Etna a patrimonio dell’umanita’, percorrendo un periplo nostop in 24 ore, per 67 km in quota altomontana; ultima avventura a novembre sul litorale playa di Catania, con I sui 50 km percorsi faticosamente sulla sabbia.
sabato 30 aprile 2011
Buon 1° maggio da Etnaworld-blog
IL LAVORO.
Oggi festeggiamo la festa del lavoratore.
Tra una salsiccia e l'altra ricordiamoci anche di quanti l'hanno perduto , lo stanno perdendo o non l'hanno mai avuto.
Di chi vi ha perso la vita, o l'ha persa nel darlo!
Di chi lo vive con sofferenza....
A tutti quanti Noi, serva da mònito per tutte quelle volte in cui abbiamo la voglia di farlo con leggerezza.
Orgoglio di andare e voglia di ritornare.
Riconoscenza e Sicurezza.
Un nostro diritto averlo, un nostro dovere proteggerlo.
Con affetto .
Buon 1° maggio a Tutti Voi.
Rosario Catania
mercoledì 27 aprile 2011
REFERENDUM 2011 - Nucleare, La posizione di ADT, La tua opinione
Non si tratta di una reazione emotiva per lo spavento preso con Fukushima. E' invece una decisione meditata e motivata, non pregiudiziale, che nell'incidente giapponese trova solo una indesiderata tragica conferma. Per quanto ci riguarda, infatti, non abbiamo mai smesso di confrontarci con i sostenitori del nucleare nel modo più approfondito e corretto. Abbiamo ritenuto necessario farlo anche con il convegno "Dopo il disastro nucleare in Giappone- Energia: rifare i conti" del 15 aprile scorso. Abbiamo preso in esame la storia, le ragioni, i pregi e i limiti di questa tecnologia, le esperienze dei paesi che l'hanno adottata e i problemi da essa posti alle comunità locali e alla comunità internazionale. Le nostre valutazioni riguardano:
1) Il nucleare non rappresenta una soluzione globale al fabbisogno di energia elettrica: sia riguardo alla sicurezza degli impianti, sia riguardo ai rischi di proliferazione, questa tecnologia è incompatibile con una diffusione generalizzata in tutte le aree geopolitiche, essendo invece più adatta a un impiego limitato a un club ristretto di società democratiche, con evolute strutture di controllo e con economie a forte ispirazione statalista.
2) Il nucleare implica una forte presenza dello stato nell’economia. In Europa si è diffuso in anni in cui prevaleva una cultura dirigista ed è rimasto di fatto un affare di stato. Negli Stati Uniti si sono impegnati i privati, ma per decenni non si sono costruiti impianti e, per riaprire la nuova stagione di investimenti, è stata necessaria una solida garanzia dello stato centrale. Per le banche, in tutto il mondo, la garanzia di stato è una condizione irrinunciabile. Scegliere il nucleare significa dunque puntare su un ruolo predominante dello stato in un settore strategico dell’economia e mettere in forse la sopravvivenza di un libero mercato dell’elettricità.
3) Per ciò che riguarda l'Italia, abbiamo criticato il modo superficiale e sbrigativo con cui il Governo pretende di trattare la questione. Nel 1987, il blocco dei programmi nucleari in Italia venne deciso a seguito di una controversia pubblica decennale e di un voto popolare largamente favorevole. Nel 2009 si è preteso di rovesciare quella decisione con alcuni commi di un decreto-legge omnibus che trattava un centinaio di argomenti diversi. In Parlamento non si è tenuto un solo dibattito specifico sulla ripresa dei programmi nucleari. La moratoria annunciata dopo Fukushima non migliora la situazione: si cerca solo di evitare che il referendum indetto per il 12 e 13 giugno raggiunga il quorum dei votanti. Di confronti, approfondimenti, corretta informazione, coinvolgimento dei cittadini, ora, non si sente più parlare.
4) L'incidente di Fukushima ha cambiato le cose anche per noi: pensavamo che fosse irragionevole e velleitario chiedere la chiusura degli impianti esistenti nei paesi che hanno investito fortemente nel nucleare. Ora dobbiamo convenire che prolungare la vita di impianti della stesso tipo di Fukushima o addirittura più vecchi può costituire un rischio molto serio.
5) Inoltre, consideriamo inaccettabile la prospettiva di perdita di parti del territorio a causa di un’eventuale contaminazione radioattiva: rischio esclusivo del nucleare e senza rimedio. Si pensi a quali effetti avrebbe la perdita di aree ad alto tasso di industrializzazione o di grande pregio naturalistico e culturale come quelle candidate in Italia ad ospitare centrali nucleari.
REFERENDUM 2011 - Acqua, La posizione di ADT, La tua opinione
Perché due NO degli Amici della Terra ai referendum sull’acqua .
Il primo quesito: la “privatizzazione” recita:
«Volete Voi che sia abrogato l’art. 23-bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e finanza la perequazione tributaria”, convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall’art. 30, comma 26, della legge 23 luglio 2009, n. 99, recante “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia”, e dall’art. 15 del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135, recante “Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea”, convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n. 166, nel testo risultante a seguito della sentenza n. 325 del 2010 della Corte costituzionale?»
Nella sostanza si chiede di abrogare un lungo articolo sulle modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, con cui la cosiddetta “privatizzazione” dell’acqua ha ben poco a che fare. Infatti, lo stesso articolo ribadisce che, oltre all’acqua (che è e resta un bene pubblico), anche tutti gli impianti di trattamento (depuratori, fognature, tubazioni, impianti per rendere potabile l’acqua) sono e restano pubblici.
Dunque la legge riserva al settore pubblico la proprietà ed il governo esclusivi delle risorse idriche. Resta la gestione che, afferma l’articolo, può essere affidata anche a soggetti privati. Infatti i proprietari delle reti, che sono e restano i Comuni, (aggregati negli ATO, Ambiti Territoriali Ottimali) possono affidare, con gara ad evidenza pubblica, la gestione dei servizi idrici (e solo dei servizi) a società private, miste pubblico/private, o a società interamente pubbliche, se le condizioni del territorio lo richiedano.
Col referendum ci si propone di eliminare questa possibilità di scelta e di tornare (o rimanere) obbligatoriamente alla gestione pubblica. La risposta non può che essere NO
Il secondo quesito “Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito. Abrogazione parziale di norma” è falso fin dal titolo. Vediamo perché.
Il testo del quesito referendario è :«Volete voi che sia abrogato il comma 1, dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in materia ambientale”, limitatamente alla seguente parte: “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito"?
Le sette parole che il quesito chiede di abrogare sono all’interno di un comma molto più complesso, anche per la determinazione della tariffa, che nella sua interezza suona così:
“La tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato ed è determinata tenendo conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell'entità dei costi di gestione delle opere, dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia, nonché di una quota parte dei costi di funzionamento dell'Autorità d'ambito, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio secondo il principio del recupero dei costi e secondo il principio "chi inquina paga". Tutte le quote della tariffa del servizio idrico integrato hanno natura di corrispettivo.”
Dunque, la remunerazione del capitale investito non è che uno fra 10 criteri di cui tener conto nel definire il corrispettivo del servizio. A che serve? Oggi, se l’ente locale vuole, può ricevere un prestito per investire sulla risorsa acqua. Se venisse eliminato il criterio della remunerazione, chi mai presterebbe del denaro? Quindi, anche in questo caso, la nostra risposta è NO, non vogliamo abolire un articolo di puro buonsenso.
I quesiti referendari sono demagogici ed inesatti fin dalla formulazione ma sollevano comunque un problema serissimo
Lo stato delle acque è uno dei migliori indicatori della salute degli ecosistemi, e della capacità dell’uomo di saper vivere nel proprio territorio senza comprometterlo. La diffusione dell’inquinamento e del sovrasfruttamento di acque superficiali e sotterranee mettono in evidenza il ritardo della politica ambientale del Paese, situazione che danneggia valori ambientali, sociali ed economici fondamentali per la nostra vita. E’ inderogabile assicurare un uso corretto della risorsa idrica rendendo sostenibili i prelievi a fini civili, agricoli e industriali, anche tramite la diffusione delle tecnologie più efficienti nelle diverse tipologie di consumo. E’ al contempo indispensabile che siano adottate tutte le misure, a partire da quelle di carattere preventivo, nei processi di consumo e produttivi, per finire con quelle per la depurazione alla fine del ciclo di uso, in modo da garantire il recupero di un elevato stato di qualità delle acque superficiali e sotterranee del Paese.
Una quota rilevante delle acque utilizzate, prevalentemente per gli usi civili ma anche per attività economiche, passa ed è regolato dal cosiddetto ciclo integrato dei servizi idrici (captazione, adduzione, potabilizzazione, distribuzione, fognatura e depurazione). Una buona parte degli obiettivi di tutela ambientale delle acque dipende dagli investimenti per colmare il deficit depurativo e per un efficace funzionamento del ciclo integrato dei servizi idrici.
In questo comparto degli usi delle acque sono indissolubilmente connesse due dimensioni: quella di assicurare gli usi civili in termini di servizio pubblico di carattere universale, che deve essere assicurato a condizioni di equità; quella di conseguire gli obiettivi di tutela delle acque e dei corpi idrici coinvolti dal ciclo integrato dei servizi idrici.
La comunicazione che concerne i quesiti referendari ha banalizzato due tifoserie e schieramenti opposti tra fan del privato e pasdaran del pubblico. Nella realtà, la questione non si presenta in questi termini.
L’Italia dell’acqua è un Paese a macchia di leopardo: abbiamo aree dove vi è molta acqua e dove ve n’è poca, dove si depura e dove no, dove si paga e dove non si paga o si elude. Tutto ciò avviene indipendentemente dalla gestione pubblica o privata dei servizi. L’unico elemento comune è che la continua modifica del quadro normativo nazionale e delle diverse Regioni, negli ultimi anni, non ha fatto altro che complicare la situazione e l’organizzazione delle società di gestione dei servizi idrici.
Noi non pensiamo che l’ingresso dei privati nella gestione dei servizi idrici, possa rappresentare l’unica soluzione ai problemi strutturali dei diversi sistemi idrici italiani: il mercato non ha poteri taumaturgici sui problemi articolati e complessi. Più che di gestione pubblica, privata o mista, gli amministratori e i cittadini dovrebbero riflettere sui criteri adatti a garantire la qualità, la sostenibilità ambientale e l’equità dei servizi idrici integrati.
E’ necessario riaffermare la validità dei cardini del processo di riforma del settore dei servizi idrici, essenziale per raggiungere gli obiettivi di tutela della acque, avviata nel nostro Paese con la legge Galli nel 1994: gestione integrata del servizio ad un’adeguata scala territoriale per consentire la copertura dei costi tramite tariffa.
Si tratta di un criterio funzionale sia alle economie di scala che alla dimensione ambientale del ciclo delle acque nei bacini idrografici.
Anche la scelta della tariffa è una scelta di politica ambientale ancor prima che economica: l’acqua è una risorsa preziosa che non deve mai essere sprecata.
Va espresso quindi un NO all’abrogazione proposta con i due quesiti sulle norme in materia di servizi e pubblici e tariffa del servizio idrico.
COSA PROPONIAMO
Per superare lo stato di impasse che da anni ormai ha bloccato il processo di riforma dei servizi idrici proponiamo:
1. di riaffermare la scelta della tariffa come strumento di tutela ambientale (garantendo tramite interventi di sicurezza sociale l’accesso al servizio da parte di fasce sociali in condizioni di difficoltà)
2. di completare il processo di affidamento del servizio in ambiti territoriali funzionali, a gestori dotati di adeguate capacità gestionali
3. di rafforzare la capacità di regolazione (indirizzo e controllo) della pubblica amministrazione, a partire dai comuni degli ambiti territoriali con un più forte ruolo delle Regioni e dello Stato, nei confronti delle aziende affidatarie del servizio.
4. che venga istituita un’Autorità garante sull’Acqua, così come ne abbiamo una sul gas, i servizi elettrici, la concorrenza. Un’autorità che vigili su prezzi e qualità dei servizi contribuendo così al corretto uso e alla tutela della risorsa acqua.
Documento approvato dal Consiglio nazionale degli Amici della Terra (Aprile 2011)
Il primo quesito: la “privatizzazione” recita:
«Volete Voi che sia abrogato l’art. 23-bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e finanza la perequazione tributaria”, convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall’art. 30, comma 26, della legge 23 luglio 2009, n. 99, recante “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia”, e dall’art. 15 del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135, recante “Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea”, convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n. 166, nel testo risultante a seguito della sentenza n. 325 del 2010 della Corte costituzionale?»
Nella sostanza si chiede di abrogare un lungo articolo sulle modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, con cui la cosiddetta “privatizzazione” dell’acqua ha ben poco a che fare. Infatti, lo stesso articolo ribadisce che, oltre all’acqua (che è e resta un bene pubblico), anche tutti gli impianti di trattamento (depuratori, fognature, tubazioni, impianti per rendere potabile l’acqua) sono e restano pubblici.
Dunque la legge riserva al settore pubblico la proprietà ed il governo esclusivi delle risorse idriche. Resta la gestione che, afferma l’articolo, può essere affidata anche a soggetti privati. Infatti i proprietari delle reti, che sono e restano i Comuni, (aggregati negli ATO, Ambiti Territoriali Ottimali) possono affidare, con gara ad evidenza pubblica, la gestione dei servizi idrici (e solo dei servizi) a società private, miste pubblico/private, o a società interamente pubbliche, se le condizioni del territorio lo richiedano.
Col referendum ci si propone di eliminare questa possibilità di scelta e di tornare (o rimanere) obbligatoriamente alla gestione pubblica. La risposta non può che essere NO
Il secondo quesito “Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito. Abrogazione parziale di norma” è falso fin dal titolo. Vediamo perché.
Il testo del quesito referendario è :«Volete voi che sia abrogato il comma 1, dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in materia ambientale”, limitatamente alla seguente parte: “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito"?
Le sette parole che il quesito chiede di abrogare sono all’interno di un comma molto più complesso, anche per la determinazione della tariffa, che nella sua interezza suona così:
“La tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato ed è determinata tenendo conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell'entità dei costi di gestione delle opere, dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia, nonché di una quota parte dei costi di funzionamento dell'Autorità d'ambito, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio secondo il principio del recupero dei costi e secondo il principio "chi inquina paga". Tutte le quote della tariffa del servizio idrico integrato hanno natura di corrispettivo.”
Dunque, la remunerazione del capitale investito non è che uno fra 10 criteri di cui tener conto nel definire il corrispettivo del servizio. A che serve? Oggi, se l’ente locale vuole, può ricevere un prestito per investire sulla risorsa acqua. Se venisse eliminato il criterio della remunerazione, chi mai presterebbe del denaro? Quindi, anche in questo caso, la nostra risposta è NO, non vogliamo abolire un articolo di puro buonsenso.
I quesiti referendari sono demagogici ed inesatti fin dalla formulazione ma sollevano comunque un problema serissimo
Lo stato delle acque è uno dei migliori indicatori della salute degli ecosistemi, e della capacità dell’uomo di saper vivere nel proprio territorio senza comprometterlo. La diffusione dell’inquinamento e del sovrasfruttamento di acque superficiali e sotterranee mettono in evidenza il ritardo della politica ambientale del Paese, situazione che danneggia valori ambientali, sociali ed economici fondamentali per la nostra vita. E’ inderogabile assicurare un uso corretto della risorsa idrica rendendo sostenibili i prelievi a fini civili, agricoli e industriali, anche tramite la diffusione delle tecnologie più efficienti nelle diverse tipologie di consumo. E’ al contempo indispensabile che siano adottate tutte le misure, a partire da quelle di carattere preventivo, nei processi di consumo e produttivi, per finire con quelle per la depurazione alla fine del ciclo di uso, in modo da garantire il recupero di un elevato stato di qualità delle acque superficiali e sotterranee del Paese.
Una quota rilevante delle acque utilizzate, prevalentemente per gli usi civili ma anche per attività economiche, passa ed è regolato dal cosiddetto ciclo integrato dei servizi idrici (captazione, adduzione, potabilizzazione, distribuzione, fognatura e depurazione). Una buona parte degli obiettivi di tutela ambientale delle acque dipende dagli investimenti per colmare il deficit depurativo e per un efficace funzionamento del ciclo integrato dei servizi idrici.
In questo comparto degli usi delle acque sono indissolubilmente connesse due dimensioni: quella di assicurare gli usi civili in termini di servizio pubblico di carattere universale, che deve essere assicurato a condizioni di equità; quella di conseguire gli obiettivi di tutela delle acque e dei corpi idrici coinvolti dal ciclo integrato dei servizi idrici.
La comunicazione che concerne i quesiti referendari ha banalizzato due tifoserie e schieramenti opposti tra fan del privato e pasdaran del pubblico. Nella realtà, la questione non si presenta in questi termini.
L’Italia dell’acqua è un Paese a macchia di leopardo: abbiamo aree dove vi è molta acqua e dove ve n’è poca, dove si depura e dove no, dove si paga e dove non si paga o si elude. Tutto ciò avviene indipendentemente dalla gestione pubblica o privata dei servizi. L’unico elemento comune è che la continua modifica del quadro normativo nazionale e delle diverse Regioni, negli ultimi anni, non ha fatto altro che complicare la situazione e l’organizzazione delle società di gestione dei servizi idrici.
Noi non pensiamo che l’ingresso dei privati nella gestione dei servizi idrici, possa rappresentare l’unica soluzione ai problemi strutturali dei diversi sistemi idrici italiani: il mercato non ha poteri taumaturgici sui problemi articolati e complessi. Più che di gestione pubblica, privata o mista, gli amministratori e i cittadini dovrebbero riflettere sui criteri adatti a garantire la qualità, la sostenibilità ambientale e l’equità dei servizi idrici integrati.
E’ necessario riaffermare la validità dei cardini del processo di riforma del settore dei servizi idrici, essenziale per raggiungere gli obiettivi di tutela della acque, avviata nel nostro Paese con la legge Galli nel 1994: gestione integrata del servizio ad un’adeguata scala territoriale per consentire la copertura dei costi tramite tariffa.
Si tratta di un criterio funzionale sia alle economie di scala che alla dimensione ambientale del ciclo delle acque nei bacini idrografici.
Anche la scelta della tariffa è una scelta di politica ambientale ancor prima che economica: l’acqua è una risorsa preziosa che non deve mai essere sprecata.
Va espresso quindi un NO all’abrogazione proposta con i due quesiti sulle norme in materia di servizi e pubblici e tariffa del servizio idrico.
COSA PROPONIAMO
Per superare lo stato di impasse che da anni ormai ha bloccato il processo di riforma dei servizi idrici proponiamo:
1. di riaffermare la scelta della tariffa come strumento di tutela ambientale (garantendo tramite interventi di sicurezza sociale l’accesso al servizio da parte di fasce sociali in condizioni di difficoltà)
2. di completare il processo di affidamento del servizio in ambiti territoriali funzionali, a gestori dotati di adeguate capacità gestionali
3. di rafforzare la capacità di regolazione (indirizzo e controllo) della pubblica amministrazione, a partire dai comuni degli ambiti territoriali con un più forte ruolo delle Regioni e dello Stato, nei confronti delle aziende affidatarie del servizio.
4. che venga istituita un’Autorità garante sull’Acqua, così come ne abbiamo una sul gas, i servizi elettrici, la concorrenza. Un’autorità che vigili su prezzi e qualità dei servizi contribuendo così al corretto uso e alla tutela della risorsa acqua.
Documento approvato dal Consiglio nazionale degli Amici della Terra (Aprile 2011)
AMICI DELLA TERRA - INTERNATIONAL, ITALY, SICILY acronimo blog ADT
"Amici della Terra" (Friends of the Earth International). Una della maggiori organizzazioni ambientaliste del mondo. E' assolutamente apolitica e principalmente dedita alla tutela e alla valorizzazione degli ambienti naturali. Riconosciuta dal Ministero dell' ambiente e dalla Regione Siciliana.
Sede Regione Sicilia
Sede Italia
Internazionale
da: AMICI DELLA TERRA
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martedì 26 aprile 2011
Guya Trekking 2011 - Mons Gibel by Etnaworld
Evento principale by Manfredi Salemme (Testimonial per ADMO): http://guyatrekkingmonsgibel.blogspot.com/
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